Il Basket di Enrico Manna

 

23 Dicembre 1979

Scavolini-Billy

Joe Pace nella stratosfera!

 

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23 Dicembre 1979

Scavolini-Billy

Joe Pace nella stratosfera!

 

(Osservate in questa immagine che documenta a quali altezze Joe poteva arrivare)

La magia in bianco e nero di Enrico Manna racconta che Joe Pace sembra coronare il sogno di Icaro: volare. E' domenica 23 dicembre 1979 e l'hangar di Viale dei partigiani ospita Scavolini-Billy, terza di ritorno (94-101 dts). Compagni (Ponzoni, Benevelli, Procvaccini e Russell) e avversari (Silvester, D'Antoni, Kupec, Bonamico e Ferracin) osservano ammirati. Pure noi, ieri come oggi. Joe chiude con 33 punti in 41 minuti, 15/23 al tiro e 3/3 ai liberi; 13 rimbalzi (2 offensivi), 1 stoppata.

da www.pu24  L.M.             


Dal sito: www.forlibasket.it

Rubrica di
Riccardo Romualdi

 

Charlotte, alba di un mattino qualsiasi di un giorno come tanti. Di un giorno come troppi. In periferia, dopo le rotaie, ci vivono quelli che non hanno casa. Negli Usa le rotaie spesso tagliano le città in due, in tutti i sensi: se abiti di qua vai al ristorante, se abiti di là aspetti che quelli del ristorante ti allunghino impietositi gli avanzi. E se sei quello degli avanzi di solito hai anche molta fame. Un coach leggendario del college basketball ha come massima: “Se vuoi sapere quanto un giocatore saprà darti, chiedigli da che parte della ferrovia è nato”. Amen: ritorniamo alla sceneggiatura. Al di là dei binari, dicevamo, mucchi di cartone e lamiere accolgono i pochi che vengono qua. L’odore di piscio, cattive bevute e igiene rivedibile si sente a metri di distanza. Sotto uno dei fagotti, due metri e otto di ebano purissimo si scrollano dopo la solita nottata in cui una dozzina di birre hanno preceduto una bottiglia di bourbon scadente e di vino raffermo, intramezzate da una dose di crack. Il pensiero è quello di riuscire a mettersi qualcosa sotto i denti prima di riattaccarsi ancora alla bottiglia, che la giornata è troppo lunga per affrontarla da sobrio. La maniera più veloce è accucciarsi in un angolo di strada ed allungare le mani, quelle stesse mani che una volta facevano mirabilie con una palla a spicchi in mano. Perché fino a quando il barbone era Mr. Joe Pace, giocatore professionista della Nba, la vita era ben diversa.

 

Joe Pace
Oddio, l’infanzia ricorda pesantemente il presente: nato e cresciuto a New Brunswick, periferia povera del New Jersey, dove non è che si girasse in limousine. Poi però il Signore del basket, che è più cieco della sfiga, ci ha messo del suo, donando al ragazzo un corpo da un metro da fermo quando ancora i denti da latte erano ben lontani da cadere ed un corpo scolpito per lo sport più bello del mondo. La testa? Beh, diciamo non esattamente una ciambella col buco. La Nba, ovviamente, vedendone un Garnett anni prima di quello vero, lo sceglie al primo giro con i Bullets. Correva l'anno 1977, e Washington fa spallucce rispetto alle tantissime voci che danno il soggetto in perfetto feeling con alcolici assortiti e con droghe non sempre leggere. Nella Nba giochicchia, vince un anello che poi venderà anni dopo per due dosi di crack, ma sprofonda nella più nera dipendenza. E’ la Nba del proibizionismo più spinto, che da lì a breve escluderà una delle sue stelle più lucenti, Sugar Richardson, per uso di cocaina, e che non può certo sopportare un beone tossico tra le sue fila. Emarginato, dopo appena due anni tra i pro. Joe Pace reagisce nell’unico modo che conosce: stappandone un’altra.
 

 A Pesaro, sponsorizzata Scavolini, viene raccontato che al di là dell’Oceano c’è un fenomeno assoluto che ha un paio di problemucci assolutamente di secondo piano, ma che in Italia farebbe benone. I marchigiani ci credono e fanno sbarcare in riva all’Adriatico quello che diventerà un personaggio mitologico nella storia della Scavolini: Joe Pace, appunto. L’impatto non è esattamente dei più semplici: il cappotto di cammello con cui si presenta in centro a Pesaro, pagato un milione delle vecchie lire, si volatilizza dopo un paio di settimane per un giro di giostra in cocaina. E poi allenamenti saltati in quantità industriali. "Piove? Non faccio atletica. Fa freddo? Mi alleno con i guanti". E le sbronze. Una marea di sbronze. Con Skansi a mangiarsi il suo carattere slavo che lo vorrebbe appiccicare al muro spiegandogli alla spicciola come funziona il mondo. Perché poi quando il ragazzo decide di allacciarsi le scarpe, vola: 21 e 10 rimbalzi di media. Da sobrio. Ma non sempre. Stoppate a fiumi, intimidazione da film. Irreale. Ma solo in campo, anzi, solo in campo quando ne ha voglia. Perché prima della salvezza spareggio con Mestre in territorio milanese, con 7.000 pesaresi che si muovono per incitare Pesaro, Joe Pace si eclissa. Skansi, avendo finito i santi a cui votarsi, prova con la Polizia, che lo ritrova in un campetto in periferia con pochissimo sangue in mezzo all’alcool che gli circola in corpo. Chiaro che così non si va avanti anche se Joe spacca in due la città: da una parte i benpensanti e gli amanti del basket ortodosso, dall’altra «gli artisti», quelli che «meglio un minuto da Joe Pace che un campionato da bravo ragazzo del parquet». Quando però finisce in overdose, salvato ad un passo dalle arpe dorate dal dottor Di Bari, primario di Rianimazione del «San Salvatore», si capisce che la sua storia nel pesarese sia giunta al termine, che le sue roulette russe sull’adriatica insieme a Mike Russel, che le sue sbronze, che le sue scorribande sono davvero troppo per tutti. Saluti ed abbracci, ed un posticino nel cuore di moltissimi tifosi.

Pace, il suo talento ed i suoi vizi iniziano il giro del mondo: Inghilterra, Messico, Venezuela e Argentina. Ed è proprio nei confini della pampa che sembra trovare un minimo di equilibrio. Si sposa, ha una bimba e apre un negozio, ma nel cercare di ristrutturarsi casa da solo, perché a soldi non siam messi mai benissimo, si frattura la schiena, rischiando di rimanere paralizzato. Spende tutto quello che ha nell’operazione che gli consente, con l’uso di un bastone, perlomeno di deambulare autonomamente. Il dolore è però troppo forte da sopportare e la bottiglia ridiventa unica ed inseparabile amica. La moglie, non esattamente contenta della piega che ha preso la sua vita, prende Joe ed i suoi guai e li smazza sullo zerbino. Il negozio? Intestato a lei, of course. Morale? In un attimo, Joe perde tutto.

Torna negli Usa, va a Coppin State pensando che la piccola università di cui era stato una stella gli trovi un lavoro. Raccoglie solo un impiego di 3 mesi. Finisce a fare lo scaricatore a Houston ma un collega, che sta trasportando un frigorifero, scivola e gli va addosso ferendolo e rendendolo inabile per lavori di fatica. Licenziato senza nemmeno passare dal via. Nella tasca del suo zaino ci sono un libro ("Guida al successo nello sport e nella vita", tragicamente ironico, non trovate?), un videotape di 6' mentre in cui con la canotta Bullets marca Julius Erving, un vestito decente che Joe usa quando va in cerca di lavoro. Vende tutto, raccatta qualche dollaro e se ne va a Charlotte, sperando che il minuto Mugsy Bogues, suo vecchio conoscente, gli dia una mano. Macchè, troppo facile. Proprio mentre Joe Pace sta salendo sul treno, Bogues viene ceduto ai Warriors. Addio aiuto. La storia arriva anche in Italia dove, da Pesaro, qualcuno tenta di aiutarlo anche se ormai è un’impresa davvero disperata. Senza un soldo e senza una casa, Pace diventa un homeless, risvegliando di prepotenza tutti i suoi fantasmi di alcool e droga. Nei rari momenti di lucidità, come un moderno Manigault, crea una fondazione caritatevole, chiamandola "Change of Pace", appunto il "cambiamento di Pace", con la quale cerca di aiutare i bambini, nonché i senzatetto di Ten City, aiutato da un suo vecchio amico, il gm dei Lakers, Kupchak, che più volte lo ha sostenuto.

 


Ho ancora tantissime foto di questo grande giocatore in mezzo a migliaia di altre immagini cestistiche dei periodi storici migliori della Scavolini. L'idea di un ritorno al passato con  un libro fotografico arricchito dai commenti e racconti di un grande conoscitore di tutta la storia "migliore" Vuelle è iniziata....


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foto Enrico Manna

 

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