(Osservate in questa immagine che documenta a quali altezze Joe poteva arrivare)
La
magia in bianco e nero di Enrico Manna racconta che Joe Pace sembra
coronare il sogno di Icaro: volare. E' domenica 23 dicembre 1979 e
l'hangar di Viale dei partigiani ospita Scavolini-Billy, terza di ritorno
(94-101 dts). Compagni (Ponzoni, Benevelli, Procvaccini e Russell) e
avversari (Silvester, D'Antoni, Kupec, Bonamico e Ferracin) osservano
ammirati. Pure noi, ieri come oggi. Joe chiude con 33 punti in 41 minuti,
15/23 al tiro e 3/3 ai liberi; 13 rimbalzi (2 offensivi), 1 stoppata.
Charlotte, alba di un mattino
qualsiasi di un giorno come tanti.
Di un giorno come troppi. In periferia, dopo le rotaie, ci vivono quelli
che non hanno casa. Negli Usa le rotaie spesso tagliano le città in due,
in tutti i sensi: se abiti di qua vai al ristorante, se abiti di là
aspetti che quelli del ristorante ti allunghino impietositi gli avanzi. E
se sei quello degli avanzi di solito hai anche molta fame. Un coach
leggendario del college basketball ha come massima: “Se vuoi sapere quanto
un giocatore saprà darti, chiedigli da che parte della ferrovia è nato”.
Amen: ritorniamo alla sceneggiatura. Al di là dei binari, dicevamo, mucchi
di cartone e lamiere accolgono i pochi che vengono qua. L’odore di piscio,
cattive bevute e igiene rivedibile si sente a metri di distanza. Sotto uno
dei fagotti, due metri e otto di ebano purissimo si scrollano dopo la
solita nottata in cui una dozzina di birre hanno preceduto
una bottiglia di bourbon scadente e di vino raffermo, intramezzate da una
dose di crack. Il pensiero è quello di riuscire a mettersi qualcosa sotto
i denti prima di riattaccarsi ancora alla bottiglia, che la giornata è
troppo lunga per affrontarla da sobrio. La maniera più veloce è
accucciarsi in un angolo di strada ed allungare le mani, quelle stesse
mani che una volta facevano mirabilie con una palla a spicchi in mano.
Perché fino a quando il barbone era Mr. Joe Pace, giocatore professionista
della Nba, la vita era ben diversa.
Joe Pace
Oddio, l’infanzia ricorda pesantemente il presente: nato e cresciuto a New
Brunswick, periferia povera del New Jersey, dove non è che si girasse in
limousine. Poi però il Signore del basket, che è più cieco della sfiga, ci
ha messo del suo, donando al ragazzo un corpo da un metro da fermo quando
ancora i denti da latte erano ben lontani da cadere ed un corpo scolpito
per lo sport più bello del mondo. La testa? Beh, diciamo non esattamente
una ciambella col buco. La Nba, ovviamente, vedendone un Garnett anni
prima di quello vero, lo sceglie al primo giro con i Bullets. Correva
l'anno 1977, e Washington fa spallucce rispetto alle tantissime voci che
danno il soggetto in perfetto feeling con alcolici assortiti e con droghe
non sempre leggere. Nella Nba giochicchia, vince un anello che poi venderà
anni dopo per due dosi di crack, ma sprofonda nella più nera dipendenza.
E’ la Nba del proibizionismo più spinto, che da lì a breve escluderà una
delle sue stelle più lucenti, Sugar Richardson, per uso di cocaina, e che
non può certo sopportare un beone tossico tra le sue fila. Emarginato,
dopo appena due anni tra i pro. Joe Pace reagisce nell’unico modo che
conosce: stappandone un’altra.
A
Pesaro, sponsorizzata Scavolini,
viene raccontato che al di là dell’Oceano c’è un fenomeno assoluto che ha
un paio di problemucci assolutamente di secondo piano, ma che in Italia
farebbe benone. I marchigiani ci credono e fanno sbarcare in riva
all’Adriatico quello che diventerà un personaggio mitologico nella storia
della Scavolini: Joe Pace, appunto. L’impatto non è esattamente dei più
semplici: il cappotto di cammello con cui si presenta in centro a Pesaro,
pagato un milione delle vecchie lire, si volatilizza dopo un paio di
settimane per un giro di giostra in cocaina. E poi allenamenti saltati in
quantità industriali. "Piove? Non faccio atletica. Fa freddo? Mi alleno
con i guanti". E le sbronze. Una marea di sbronze. Con Skansi a mangiarsi
il suo carattere slavo che lo vorrebbe appiccicare al muro spiegandogli
alla spicciola come funziona il mondo. Perché poi quando il ragazzo decide
di allacciarsi le scarpe, vola: 21 e 10 rimbalzi di media. Da sobrio. Ma
non sempre. Stoppate a fiumi, intimidazione da film. Irreale. Ma solo in
campo, anzi, solo in campo quando ne ha voglia. Perché prima della
salvezza spareggio con Mestre in territorio milanese, con 7.000 pesaresi
che si muovono per incitare Pesaro, Joe Pace si eclissa. Skansi, avendo
finito i santi a cui votarsi, prova con la Polizia, che lo ritrova in un
campetto in periferia con pochissimo sangue in mezzo all’alcool che gli
circola in corpo. Chiaro che così non si va avanti anche se Joe spacca in
due la città: da una parte i benpensanti e gli amanti del basket
ortodosso, dall’altra «gli artisti», quelli che «meglio un minuto da Joe
Pace che un campionato da bravo ragazzo del parquet».
Quando però finisce in overdose, salvato ad un passo dalle arpe dorate dal
dottor Di Bari, primario di Rianimazione del «San Salvatore», si capisce
che la sua storia nel pesarese sia giunta al termine, che le sue roulette
russe sull’adriatica insieme a Mike Russel, che le sue sbronze, che le sue
scorribande sono davvero troppo per tutti. Saluti ed abbracci, ed un
posticino nel cuore di moltissimi tifosi.
Pace, il suo talento ed i
suoi vizi iniziano il giro del mondo:
Inghilterra, Messico, Venezuela e Argentina. Ed è proprio nei confini
della pampa che sembra trovare un minimo di equilibrio. Si sposa, ha una
bimba e apre un negozio, ma nel cercare di ristrutturarsi casa da solo,
perché a soldi non siam messi mai benissimo, si frattura la schiena,
rischiando di rimanere paralizzato. Spende tutto quello che ha
nell’operazione che gli consente, con l’uso di un bastone, perlomeno di
deambulare autonomamente. Il dolore è però troppo forte da sopportare e la
bottiglia ridiventa unica ed inseparabile amica. La moglie, non
esattamente contenta della piega che ha preso la sua vita, prende Joe ed i
suoi guai e li smazza sullo zerbino. Il negozio? Intestato a lei, of
course. Morale? In un attimo, Joe perde tutto.
Torna negli Usa,
va a Coppin State pensando che la piccola università di cui era stato una
stella gli trovi un lavoro. Raccoglie solo un impiego di 3 mesi. Finisce a
fare lo scaricatore a Houston ma un collega, che sta trasportando un
frigorifero, scivola e gli va addosso ferendolo e rendendolo inabile per
lavori di fatica. Licenziato senza nemmeno passare dal via. Nella tasca
del suo zaino ci sono un libro ("Guida al successo nello sport e nella
vita", tragicamente ironico, non trovate?), un videotape di 6' mentre in
cui con la canotta Bullets marca Julius Erving, un vestito decente che Joe
usa quando va in cerca di lavoro. Vende tutto, raccatta qualche dollaro e
se ne va a Charlotte, sperando che il minuto Mugsy Bogues, suo vecchio
conoscente, gli dia una mano. Macchè, troppo facile. Proprio mentre Joe
Pace sta salendo sul treno, Bogues viene ceduto ai Warriors. Addio aiuto.
La storia arriva anche in Italia dove, da Pesaro, qualcuno tenta di
aiutarlo anche se ormai è un’impresa davvero disperata. Senza un soldo e
senza una casa, Pace diventa un homeless, risvegliando di prepotenza tutti
i suoi fantasmi di alcool e droga. Nei rari momenti di lucidità, come un
moderno Manigault, crea una fondazione caritatevole, chiamandola "Change
of Pace", appunto il "cambiamento di Pace", con la quale cerca di aiutare
i bambini, nonché i senzatetto di Ten City, aiutato da un suo vecchio
amico, il gm dei Lakers, Kupchak, che più volte lo ha sostenuto.
Ho ancora tantissime foto di
questo grande giocatore in mezzo a migliaia di altre immagini cestistiche
dei periodi storici migliori della Scavolini. L'idea di un ritorno al
passato con un libro fotografico arricchito dai commenti e racconti
di un grande conoscitore di tutta la storia "migliore" Vuelle è
iniziata....
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>>> per una migliore visione spingere il tasto F11
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