Giuliano Fiorini
insieme agli amici in una formazione di una delle tante partite di calcio
che venivano organizzate in estate, e dove partecipavano gli amici e
clienti del mio bar di Viale Trieste a Pesaro.
Spesso si giocava con
magliette sponsorizzate da me con su scritto "Foto Manna" In seguito
regalate al Fabbrecce, squadra del mio rione (oggi Vismara).
-Ciao Giuliano! Un saluto da
tutti gli amici-
In alto: il portiere
?, Marco Scrocco, Cresci, Giuliano Fiorini,
Vagnini, Odillo Moro,"detto Dodò".
In basso: Giorgio
Clementoni, Todde, Franco Battisodo, Lodovichi,
Giovannetti.
SCHEDA : GIULIANO
FIORINI Nato a: Modena il 21-01-1958 Squadre: Ternana C1, Siena C2, Venezia C2, Lazio B, Genoa
A - B, 1983-84 Sambenedettese B 29 presenze 12 reti, Bologna A - B,
Piacenza C1, Foggia B, Brescia B, Rimini C Reti Totalizzate: 103 fra serie A - B - C1 - C2
“Con il Genoa avevo rotto i rapporti e
quindi scelsi di andare a giocare in un'altra squadra, la prima offerta fu
quella dell’Arezzo di Angelillo che mi telefonava ogni ora per convincermi
ad accettare il trasferimento. Io invece quando seppi che la
Sambenedettese mi aveva richiesto telefonai al presidente Fossati e lo
convinsi a cedermi in prestito alla squadra di Clagluna. Avevo bisogno di
rilanciarmi e scelsi la Sambenedettese convinto di potercela fare.Ero un
calciatore con caratteristiche diverse da quelle che poi ho messo in
campo.
Un infortunio al malleolo ha condizionato la mia carriera, ero
praticamente sempre zoppo quando correvo. Sognavo di diventare un tornante
classico, uno che si sarebbe divertito giocando al calcio e invece mi sono
trovato quel numero 9 dietro la schiena. In quel periodo della mia
carriera accettai di trasferirmi alla Samb con molta convinzione, arrivai
al Ballarin il giovedì e il contatto con i tifosi, la squadra il mister fu
splendido, si creò subito un feeling. Esordii tre giorni dopo contro la
Cavese e segnai il secondo gol dopo quello di Ferrante. Il secondo gol di
quel campionato lo misi a segno ad Arezzo dove vincemmo. Ricordo ancora
oggi quella rete, è stata una delle più belle della mia carriera.
L’emozione era sempre molto forte quando scendevi in campo al Ballarin
perché sentivi la gente vicino a te e non potevi deluderla mai. La
maglietta quando terminava la partita era sempre bagnatissima. Certo quel
pubblico così passionale non lo potevi tradire e quando accadeva, perché
non riuscivi a vincere la partita. ti presentava il conto ed era molto
salato. Contro il Padova sbagliai un calcio di rigore. I tifosi ci
contestarono e ci assediarono nello spogliatoio fino a tarda sera. Con me
c’eri anche tu quel giorno insieme a Gamberini, Faccini e Colasanto,
rivedo le vostre facce a distanza di anni e ricordo che eravamo
terrorizzati. Dall’esterno stavano per buttare giù la porta, restammo al
buio in quello stanzino dove si registravano le interviste per la vostra
televisione. Fu un episodio che mi colpì molto e mi servì per capire
l’ambiente nonostante io avessi già maturato esperienze in città calde
come Foggia. Quella squadra che Clagluna aveva messo su era composta
soprattutto da bravi ragazzi e da professionisti seri, su tutti il nostro
capitano Gigi Cagni. Gli dicevo sempre che a fine carriera se avessimo
intrapreso la carriera da allenatori io avrei fatto giocare la mia squadra
sempre all’attacco mentre lui sarebbe stato un catenacciaro d.o.c.! In
questi anni ho incontrato spesso Gigi e gli ho ricordato quella mia
provocazione. Io ho sempre giocato per vincere, anche nelle partitine del
giovedì non ci stavo a perdere. Nella gara di ritorno a Padova eravamo
sullo 0 a 0 quando ad 1 minuto dal termine l’arbitro ci assegna un calcio
di punizione dal limite dell’area di rigore. Sulla palla va Marcello
Gamberini ed è pronto per batterlo. Ci penso un attimo e vado io al suo
posto, lo allontano con una scusa e piazzo la palla. La calcio come sempre
ma gli imprimo meno effetto, è l’errore che permette a Malizia di fare la
parata della vita e con le dita della mano devia la palla in angolo. Quel
gol mancato m’è rimasto ancora dentro.
In quella stagione centrammo la salvezza alla quartultima di campionato al
Ballarin contro il Cagliari. Nella partita d’andata avevamo vinto con un
mio gol su calcio piazzato e la palla fini fra palo e portiere che ricordo
era Vincenzo Minguzzi. In quella partita così importante speravo di
ripetere la prodezza dell’andata e andò proprio così. A 7’ minuti dalla
fine della partita le nostre speranze si affievolivano, i tifosi
iniziavano a contestarci ma arrivò la svolta. Vidi dal fondo arrivare la
palla e la colpii di testa con tutta la forza e un pizzico di astuzia. Per
alcuni secondi al Ballarin scese il silenzio. Poi quando la palla finì in
rete esplose in un boato. Mi sembrava di essere al Maracanà e in quella
bolgia non capii più nulla, mi arrampicai sulla rete della curva per
festeggiare con i tifosi. Solo dopo nello spogliatoio mi accorsi che
sanguinavo dalla mano perché avevo stretto forte la rete metallica piena
di chiodi. Festeggiamo alla grande per quella salvezza. Confesso che a San
Benedetto avevo un rito portafortuna che ripetevo ogni giovedi: pranzavo
sempre al ristorante di Tatuscia ( il Gambero di Vincenzo Troiani n.d.r.)
in compagnia del mitico Gigi Bellò ( Luigi Meo n.d.r.) che mi offriva
immancabilmente una bottiglia di champagne mentre io ordinavo ostriche e
scampi. Quando tornai a Genova tutti volevano sapere come fossi riuscito a
rilanciarmi, volevano sapere il segreto di quel successo e io candidamente
ammisi: mangiavo e bevevo senza controlli e la sera andavo a letto tardi”.
L' autore dell'articolo
è Remo Croci giornalista del TG5 ed
amico di vecchia data dell'indimenticato campione.
Un calcio che
rimpiangiamo
"Bomber Fiorini" - come lo
chiamavano i tifosi - era l'immagine del calcio romantico e scanzonato.
Questo è un articolo per
gli amanti del calcio, per coloro che continuano a considerarlo una
passione, un divertimento, un momento di socialità.
Il calcio delle partite in un
prato con gli zainetti come pali, dell'olio canforato negli spogliatoi,
della lattina da prendere a calci per improvvisare una sfida con un gruppo
di ragazzi stranieri. Il calcio della prima volta allo stadio col papà o
con lo zio, maglietta, sciarpetta e bandiera d'ordinanza; o della prima
volta in curva con gli amici, una nottata in pullman per la trasferta
decisiva. L'orecchio incollato alla radio per sentire Tutto il calcio
minuto per minuto, di nascosto dalla prof. nella gita scolastica; o i
risultati chiesti alla persona che incontri per strada, o alla macchina
che hai a fianco: prima quelli della Roma se sei laziale (e viceversa),
naturalmente. La squadra del cuore che segui nella buona e nella cattiva
sorte, le discussioni al bar con i soliti avventori, i compagni di classe
(o i colleghi) che ti aspettano al varco dopo un derby perso. Il
calciatore idolo di quando eri bambino, l'autografo e la foto che conservi
gelosamente. Lasciateci, almeno nello sport, la licenza di abbandonarci ad
un po' di sana retorica...
Oggi il calcio è anche (o
soprattutto) industria, interessi, professionisti ben pagati, frange di
tifo violento, giornalisti senza deontologia? Lo sappiamo. Ma sappiamo
anche che esiste la parte sana, i protagonisti che si sforzano di essere
onesti, e che non è giusto travolgere nel disprezzo. Soprattutto, c'è il
sentimento di milioni di tifosi che continuano a farne lo sport più
seguito al mondo. Il calcio resta - ci sforziamo di far restare - il
"gioco" che consente a persone che non si conoscono, all'operaio e
all'imprenditore, al professionista e allo studente, di saltare insieme ed
abbracciarsi al gol della squadra del cuore: la Juve, il Milan, l'Inter,
la Roma, la Lazio; ma anche la Triestina, la Reggina, il Toro, la
Cavese... Chi considera questa passione una stupida perdita di tempo, lo
ripetiamo, ha sbagliato articolo; e gli risparmiamo i trattati eruditi -
che pure potrebbero essere interessanti - sul valore sociale e culturale
del fenomeno calcistico, sulla sua forza catartica. Forse potremmo
consigliargli un film fondamentale: Febbre a 90° (titolo originale:
Fever pitch), di David Evans, tratto dall'omonimo romanzo di
successo dello scrittore inglese Nick Hornby.
Giuliano Fiorini era un
simbolo del calcio romantico, che in tutta la sua genuinità, forse,
davvero non c'è più. Un ragazzone emiliano aperto, pronto alla battuta
scanzonata, disincantato, generoso in campo e fuori. Un
centravanti-ariete, cui mancava però l'agilità, a causa forse di qualche
chilo di troppo. Simbolo - quei chili - dell'amore per la buona cucina e
per la vita, anche nelle sue piccole trasgressioni (la birra, qualche
sigaretta). Un ragazzo in fondo tranquillo, affezionato alla moglie e ai
suoi tre figli.
Fiorini aveva le doti
fondamentali che suscitano l'ammirazione dei tifosi e il rispetto dei
compagni di squadra: grinta, determinazione, maglia sudata a fine patita,
correttezza. L'anno (era il 1986) in cui alla Lazio fu inflitta la
penalizzazione di 9 punti in serie B - che era un po' come una
retrocessione in C posticipata di un anno -, fu tra i primi a dire: "io
resto, e sono sicuro che ce la faremo". Non è stato un goleador (come
molti centravanti-boa, del resto); non è stato uno dei campioni che hanno
fatto la storia del calcio; ma tutte le tifoserie per cui ha giocato - le
più significative Bologna, Genoa, Sambenedettese, Lazio - hanno amato
"bomber Fiorini".
C'è un'altra ragione per cui
Fiorini ha lasciato un ricordo indelebile, e questa ragione forse non la
possono capire i tifosi di squadre - come Juve e Milan - abituate a
vincere. Per capirla bisogna fare una premessa: nella vita i traguardi
sofferti sono più gratificanti di quelli facili; i risultati raggiunti
all'ultimo, lungamente attesi, creano una gioia maggiore di quelli
costruiti con sicura regolarità. Ma, soprattutto, lo scampato pericolo
procura un'esplosione liberatoria maggiore di qualunque evento esaltante.
Immaginate di essere di fronte ad un plotone di esecuzione: l'angoscia, la
paura, i flash della vita che si affastellano, i ricordi delle persone
care che non rivedremo più... e proprio quando stanno per premere il
grilletto, l'annuncio ormai insperato: "l'esecuzione è sospesa!" (questa
tecnica veniva spesso usata dai sovrani, nei secoli passati, per "dare una
lezione" e apparire magnanimi).
Ebbene, Giuliano Fiorini,
nella memoria dei tifosi della Lazio, è legato anche ad un gol, un gol
decisivo per la sopravvivenza stessa della società, giunto quando
ormai tutto sembrava perduto.
Il 21 giugno 1987 si giocava
Lazio-Vicenza, al termine del sofferto campionato di B in cui la
Lazio aveva dovuto recuperare 9 punti di penalizzazione (e la vittoria
valeva solo due punti). La squadra biancoceleste aveva un solo risultato
utile per non retrocedere in serie C: il che, visti i debiti (la storia
non è cambiata di molto...), avrebbe forse significato la scomparsa della
più antica società della capitale (fondata nel 1900). Si giocava in un
Olimpico esaurito: 80.000 spettatori, record di sempre per una partita di
serie B. Ma l'arrembaggio non riusciva a sbloccare il risultato, il
portiere del Vicenza faceva miracoli, i giocatori laziali erano sempre più
appesantiti dalla stanchezza di una stagione e dal nervosismo. A pochi
minuti dalla fine le speranze cominciavano ad abbandonare lo stadio,
l'incitamento fino ad allora incessante si affievoliva, nella mente dei
tifosi cominciavano a scorrere i ricordi di una passione che forse dalla
domenica successiva non li avrebbe più accompagnati... Mancano solo 7
minuti alla fine quando Fiorini intercetta in area un tiraccio fuori
bersaglio di Podavini, si gira saltando l'avversario e, mentre la palla
sembra sfuggirgli, si allunga riuscendo a toccarla di punta: GOOOL!!! A un
passo dal baratro, la resurrezione.
Chi scrive queste righe - lo
avrete capito - quel giorno era presente, e ricorda di aver iniziato a
galleggiare sopra una folla letteralmente esplosa, riuscendo a toccar di
nuovo terra solo parecchi secondi dopo, a qualche metro di distanza dal
punto iniziale. Un boato che sembrava non finire mai, a cui a poco a poco
si sostituiva il suono delle sirene delle ambulanze: quel giorno si
contarono parecchie decine di malori (nessuno grave, per fortuna). Uomini
attempati scoppiarono a piangere come bambini. Scene di isteria
collettiva? Può darsi. Ma chi non ha mai vissuto momenti di gioia così
intensi forse si è perso qualcosa. Saper vivere con intensità i propri
sentimenti nel gioco, nello sport, aiuta a vivere con intensità anche la
vita "vera".
Naturalmente, la fine di un
incubo non è mai scontata: quel gol non significò la salvezza sicura, ma
solo il proseguimento di una speranza, perché una serie di risultati
incredibili negli altri campi costrinsero la Lazio agli spareggi di Napoli
(fu il gol di Poli col Campobasso a segnare il lieto fine). Ma per i
tifosi della Lazio il gol di Fiorini, giunto quando tutto sembrava ormai
perso, resta unico: un momento anche più intenso delle gioie per gli
scudetti o i trofei europei dell'era Cragnotti.
Sarebbe bello se i tifosi di
altre squadre - o di altri sport - ci segnalassero altri momenti
memorabili in cui un risultato è stato così sofferto, inaspettato,
liberatorio.
E' stato un caso che quella
rete sia stata realizzata da "bomber Fiorini", un giocatore che di gol ne
faceva pochi, ma che era il simbolo della tenacia e della generosità fino
all'ultimo? Forse no. Ogni volta che Giuliano tornava a Roma, a distanza
di quasi vent'anni, veniva salutato con affetto, invitato al bar, chiamato
a rievocare l'impresa "eroica" della squadra dei -9.
Insomma, una bella storia.
Che, come molte belle storie, ha un finale amaro: Giuliano Fiorini ci ha
lasciati per un brutto male a soli 47 anni, il 5 agosto 2005.
di
Giovanni Martino
Nella pagina delle
lettere il forum
su quest'articolo.
Quanto può durare una vita? Per alcuni centocinque anni, o anche di
più, volendolo il cielo che presiede ai nostri destini. Per altri soltanto
quarantasette, che sono pochi, troppo pochi, specialmente se a dire addio
è un eroe dello sport nazionale. E quanto è lecito attendersi di vivere in
un mondo che aggredisce il presente con tanta violenza da non lasciarti
nemmeno lo spazio per contemplare un ricordo? Per capire quando avviene
qualcosa di simbolicamente più profondo di un normale avvenimento di
cronaca? Perché la scomparsa di Fiorini questo rappresenta per la comunità
laziale sparsa in ogni angolo della capitale e del pianeta: qualcosa che
va interpretato come un attimo affatto fuggente, bensì come tragedia umana
che deve suscitare non solo cordoglio e retorica, ma senso di appartenenza
e gratitudine perenne. Nella concordia. Giuliano Fiorini aveva quarantasette anni, classe 1958, generazione
di fenomeni sventrata dall’interno in un paese di misteri e orrori
quotidiani. Anch’io ho quarantasette anni, stesso anno di nascita, lui di
gennaio, io di dicembre, e c’ero anch’io - ma sul serio - quel 21 giugno
del 1987, solstizio d’estate e punto di non ritorno per una Lazio che
inseguiva l’impossibile e che s’affidava a tutto ciò che le era rimasto
per sperare, ovvero quegli undici ragazzi in campo e noi sugli spalti,
stipati e imbandierati come per una festa di popolo. E mi sembra
impossibile che il male abbia avuto la meglio, perché un quarantasettenne
sente pulsare forte la vita dentro, e Fiorini era vitale e forte come gli
emiliani tipici della letteratura e del cinema d’autore.
Sento dunque di dover scrivere queste semplici parole perché la perdita di
Giuliano va oltre il commiato con una vecchia gloria incanutita, perché se
la Lazio è un culto di aggregazione morale (e lo è…) e gli atleti che ne
indossano i colori sono gli interpreti reali di un sogno sportivo radicato
nel più nobile passato, nell’immaginario mausoleo dei suoi eroi più
rappresentativi la statua di Giuliano Fiorini va collocata in una nicchia
speciale, a conservare l’attimo infinito in cui il bomber, maglia n° 11
bicolore con aquila furente, calzettoni calati, capelli lunghi grondanti
per la lotta, spinge alfine quella palla in rete, nel tripudio
liberatorio. Anche se non era ancora finita… Aveva la battuta pronta e il sorriso facile Giuliano, ma gli occhi
un po’ tristi di chi la sa lunga e non se la prende troppo, perché amava
la vita e i piaceri della tavola, da modenese schietto che aveva girato in
lungo e in largo l’Italia pallonara, trovando a Roma un ambiente che lo
amava e lo rispettava, e che lui cercava di ricambiare in ogni modo,
malgrado i calci rimediati in carriera si facessero sentire sempre più, e
gli infortuni accumulati si riacutizzassero continuamente. Era venuto per
segnare una valanga di goals e ne fece invero pochini, ma mai avremmo
immaginato, e neanche lui forse, che fosse destinato ad entrare nella
storia della Lazio per una rete fatidica che viene raccontata a figli e
nipoti. Lo stesso presidente Cragnotti si stizziva, constatando che i
laziali si emozionavano a rivivere quel momento anche più di quanto non
facessero nel riassaporare i trionfi della sua multinazionale
ipermiliardaria. Forse oggi, dopo aver conosciuto umiliazioni e
indifferenza, il dottore avrà finalmente compreso perché la gente comune
sarà sempre legata al\gesto di un umile centravanti di provincia, e forse
proverà anche un intenso brivido sulla pelle nel rivivere quel momento,
come accade ora a me e a migliaia di altri laziali. La forza di quel gruppo del “meno nove”, nessuno può metterlo in
dubbio, fu la concordia. Una coesione di caratteri diversi, un cemento
giornaliero fatto di sforzi comuni e atti di comprensione. Fu così che la
sorte fu sfidata domenica dopo domenica, e che dopo quaranta partite
snervanti, la squadra riuscì ad ottenere una salvezza da molti giudicata
inarrivabile. A Giuliano, l’anno successivo, Calleri non concesse nemmeno
la soddisfazione di chiudere a Roma la carriera, e lo spedì a Venezia,
anticamera di un dimenticatoio che i laziali non hanno mai riservato a un
giocatore sempre presente alle feste dei tifosi, sempre disponibile per
un’apparizione televisiva o un collegamento radiofonico. Fiorini e i
laziali si volevano bene, ed ora che Giuliano si è riunito a Luciano, a
Mario, allo sfortunato Nando e agli altri, prima che le tensioni, le
autocelebrazioni, gli interessi di cortile abbiano la meglio su questo
momento di silenzio imposto dalla commozione, è meglio ricordare che la
Concordia è il motivo ispiratore della Lazio, e che attraverso la
Concordia è più facile partecipare all’esistenza della Lazio e
comprenderne le ragioni e i fini sportivi. Tutto ciò che non asseconda il
motto dei fondatori non solo è illogico, ma “eretico”. E sapere che una
delegazione ufficiale della Lazio presenzierà alle esequie di Fiorini con
gagliardetto e bandiera sta a significare che il culto è vivo, che la
Lazio è quella vera e che è in buone mani. Dimenticare i propri eroi non è
consuetudine dei veri laziali. Ora Giuliano vive nel tempo della Lazio e quel suo gesto, unico,
irripetibile, è sospeso eternamente nella luce come incenso in una chiesa
o in un antico tempio greco. Lungo, lunghissimo, interminabile. Come
l’urlo d’esultanza di quel Lazio-Vicenza, la sua corsa ad abbracciare la
curva, il suo pianto irrefrenabile. Un momento di gioia indimenticabile,
firmato Giuliano Fiorini