dedicata all'amico Giuliano Fiorini

Pesaro Calcio d'estate

 

 


 

 

Giuliano Fiorini insieme agli amici in una formazione di una delle tante partite di calcio che venivano organizzate in estate, e dove partecipavano gli amici e clienti del mio bar di Viale Trieste a Pesaro.

Spesso si giocava con magliette sponsorizzate da me con su scritto "Foto Manna" In seguito regalate al Fabbrecce, squadra del mio rione (oggi Vismara).

-Ciao Giuliano! Un saluto da tutti gli amici-

In alto: il portiere ?, Marco Scrocco, Cresci, Giuliano Fiorini, Vagnini, Odillo Moro,"detto Dodò".

In basso: Giorgio Clementoni, Todde, Franco Battisodo, Lodovichi, Giovannetti.

 

wikipedia

 

 


Dal sito della > sambenedettesecalcio

Articolo di Remo Croci

SCHEDA :
GIULIANO FIORINI
Nato a: Modena il 21-01-1958
Squadre: Ternana C1, Siena C2, Venezia C2, Lazio B, Genoa A - B, 1983-84 Sambenedettese B 29 presenze 12 reti, Bologna A - B, Piacenza C1, Foggia B, Brescia B, Rimini C
Reti Totalizzate: 103 fra serie A - B - C1 - C2


“Con il Genoa avevo rotto i rapporti e quindi scelsi di andare a giocare in un'altra squadra, la prima offerta fu quella dell’Arezzo di Angelillo che mi telefonava ogni ora per convincermi ad accettare il trasferimento. Io invece quando seppi che la Sambenedettese mi aveva richiesto telefonai al presidente Fossati e lo convinsi a cedermi in prestito alla squadra di Clagluna. Avevo bisogno di rilanciarmi e scelsi la Sambenedettese convinto di potercela fare.Ero un calciatore con caratteristiche diverse da quelle che poi ho messo in campo.
Un infortunio al malleolo ha condizionato la mia carriera, ero praticamente sempre zoppo quando correvo. Sognavo di diventare un tornante classico, uno che si sarebbe divertito giocando al calcio e invece mi sono trovato quel numero 9 dietro la schiena. In quel periodo della mia carriera accettai di trasferirmi alla Samb con molta convinzione, arrivai al Ballarin il giovedì e il contatto con i tifosi, la squadra il mister fu splendido, si creò subito un feeling. Esordii tre giorni dopo contro la Cavese e segnai il secondo gol dopo quello di Ferrante. Il secondo gol di quel campionato lo misi a segno ad Arezzo dove vincemmo. Ricordo ancora oggi quella rete, è stata una delle più belle della mia carriera. L’emozione era sempre molto forte quando scendevi in campo al Ballarin perché sentivi la gente vicino a te e non potevi deluderla mai. La maglietta quando terminava la partita era sempre bagnatissima. Certo quel pubblico così passionale non lo potevi tradire e quando accadeva, perché non riuscivi a vincere la partita. ti presentava il conto ed era molto salato. Contro il Padova sbagliai un calcio di rigore. I tifosi ci contestarono e ci assediarono nello spogliatoio fino a tarda sera. Con me c’eri anche tu quel giorno insieme a Gamberini, Faccini e Colasanto, rivedo le vostre facce a distanza di anni e ricordo che eravamo terrorizzati. Dall’esterno stavano per buttare giù la porta, restammo al buio in quello stanzino dove si registravano le interviste per la vostra televisione. Fu un episodio che mi colpì molto e mi servì per capire l’ambiente nonostante io avessi già maturato esperienze in città calde come Foggia. Quella squadra che Clagluna aveva messo su era composta soprattutto da bravi ragazzi e da professionisti seri, su tutti il nostro capitano Gigi Cagni. Gli dicevo sempre che a fine carriera se avessimo intrapreso la carriera da allenatori io avrei fatto giocare la mia squadra sempre all’attacco mentre lui sarebbe stato un catenacciaro d.o.c.! In questi anni ho incontrato spesso Gigi e gli ho ricordato quella mia provocazione. Io ho sempre giocato per vincere, anche nelle partitine del giovedì non ci stavo a perdere. Nella gara di ritorno a Padova eravamo sullo 0 a 0 quando ad 1 minuto dal termine l’arbitro ci assegna un calcio di punizione dal limite dell’area di rigore. Sulla palla va Marcello Gamberini ed è pronto per batterlo. Ci penso un attimo e vado io al suo posto, lo allontano con una scusa e piazzo la palla. La calcio come sempre ma gli imprimo meno effetto, è l’errore che permette a Malizia di fare la parata della vita e con le dita della mano devia la palla in angolo. Quel gol mancato m’è rimasto ancora dentro.
In quella stagione centrammo la salvezza alla quartultima di campionato al Ballarin contro il Cagliari. Nella partita d’andata avevamo vinto con un mio gol su calcio piazzato e la palla fini fra palo e portiere che ricordo era Vincenzo Minguzzi. In quella partita così importante speravo di ripetere la prodezza dell’andata e andò proprio così. A 7’ minuti dalla fine della partita le nostre speranze si affievolivano, i tifosi iniziavano a contestarci ma arrivò la svolta. Vidi dal fondo arrivare la palla e la colpii di testa con tutta la forza e un pizzico di astuzia. Per alcuni secondi al Ballarin scese il silenzio. Poi quando la palla finì in rete esplose in un boato. Mi sembrava di essere al Maracanà e in quella bolgia non capii più nulla, mi arrampicai sulla rete della curva per festeggiare con i tifosi. Solo dopo nello spogliatoio mi accorsi che sanguinavo dalla mano perché avevo stretto forte la rete metallica piena di chiodi. Festeggiamo alla grande per quella salvezza. Confesso che a San Benedetto avevo un rito portafortuna che ripetevo ogni giovedi: pranzavo sempre al ristorante di Tatuscia ( il Gambero di Vincenzo Troiani n.d.r.) in compagnia del mitico Gigi Bellò ( Luigi Meo n.d.r.) che mi offriva immancabilmente una bottiglia di champagne mentre io ordinavo ostriche e scampi. Quando tornai a Genova tutti volevano sapere come fossi riuscito a rilanciarmi, volevano sapere il segreto di quel successo e io can
didamente ammisi: mangiavo e bevevo senza controlli e la sera andavo a letto tardi”.

 

L' autore dell'articolo è Remo Croci giornalista del TG5 ed amico di vecchia data dell'indimenticato campione.

 

 

 



Un calcio che rimpiangiamo

 

"Bomber Fiorini" - come lo chiamavano i tifosi - era l'immagine del calcio romantico e scanzonato.

di Giovanni Martino

Dal sito: EUROPA OGGI

 

Questo è un articolo per gli amanti del calcio, per coloro che continuano a considerarlo una passione, un divertimento, un momento di socialità.

Il calcio delle partite in un prato con gli zainetti come pali, dell'olio canforato negli spogliatoi, della lattina da prendere a calci per improvvisare una sfida con un gruppo di ragazzi stranieri. Il calcio della prima volta allo stadio col papà o con lo zio, maglietta, sciarpetta e bandiera d'ordinanza; o della prima volta in curva con gli amici, una nottata in pullman per la trasferta decisiva. L'orecchio incollato alla radio per sentire Tutto il calcio minuto per minuto, di nascosto dalla prof. nella gita scolastica; o i risultati chiesti alla persona che incontri per strada, o alla macchina che hai a fianco: prima quelli della Roma se sei laziale (e viceversa), naturalmente. La squadra del cuore che segui nella buona e nella cattiva sorte, le discussioni al bar con i soliti avventori, i compagni di classe (o i colleghi) che ti aspettano al varco dopo un derby perso. Il calciatore idolo di quando eri bambino, l'autografo e la foto che conservi gelosamente. Lasciateci, almeno nello sport, la licenza di abbandonarci ad un po' di sana retorica...

Oggi il calcio è anche (o soprattutto) industria, interessi, professionisti ben pagati, frange di tifo violento, giornalisti senza deontologia? Lo sappiamo. Ma sappiamo anche che esiste la parte sana, i protagonisti che si sforzano di essere onesti, e che non è giusto travolgere nel disprezzo. Soprattutto, c'è il sentimento di milioni di tifosi che continuano a farne lo sport più seguito al mondo. Il calcio resta - ci sforziamo di far restare - il "gioco" che consente a persone che non si conoscono, all'operaio e all'imprenditore, al professionista e allo studente, di saltare insieme ed abbracciarsi al gol della squadra del cuore: la Juve, il Milan, l'Inter, la Roma, la Lazio; ma anche la Triestina, la Reggina, il Toro, la Cavese... Chi considera questa passione una stupida perdita di tempo, lo ripetiamo, ha sbagliato articolo; e gli risparmiamo i trattati eruditi - che pure potrebbero essere interessanti - sul valore sociale e culturale del fenomeno calcistico, sulla sua forza catartica. Forse potremmo consigliargli un film fondamentale: Febbre a 90° (titolo originale: Fever pitch), di David Evans, tratto dall'omonimo romanzo di successo dello scrittore inglese Nick Hornby.

Giuliano Fiorini era un simbolo del calcio romantico, che in tutta la sua genuinità, forse, davvero non c'è più. Un ragazzone emiliano aperto, pronto alla battuta scanzonata, disincantato, generoso in campo e fuori. Un centravanti-ariete, cui mancava però l'agilità, a causa forse di qualche chilo di troppo. Simbolo - quei chili - dell'amore per la buona cucina e per la vita, anche nelle sue piccole trasgressioni (la birra, qualche sigaretta). Un ragazzo in fondo tranquillo, affezionato alla moglie e ai suoi tre figli.

Fiorini aveva le doti fondamentali che suscitano l'ammirazione dei tifosi e il rispetto dei compagni di squadra: grinta, determinazione, maglia sudata a fine patita, correttezza. L'anno (era il 1986) in cui alla Lazio fu inflitta la penalizzazione di 9 punti in serie B - che era un po' come una retrocessione in C posticipata di un anno -, fu tra i primi a dire: "io resto, e sono sicuro che ce la faremo". Non è stato un goleador (come molti centravanti-boa, del resto); non è stato uno dei campioni che hanno fatto la storia del calcio; ma tutte le tifoserie per cui ha giocato - le più significative Bologna, Genoa, Sambenedettese, Lazio - hanno amato "bomber Fiorini".

C'è un'altra ragione per cui Fiorini ha lasciato un ricordo indelebile, e questa ragione forse non la possono capire i tifosi di squadre - come Juve e Milan - abituate a vincere. Per capirla bisogna fare una premessa: nella vita i traguardi sofferti sono più gratificanti di quelli facili; i risultati raggiunti all'ultimo, lungamente attesi, creano una gioia maggiore di quelli costruiti con sicura regolarità. Ma, soprattutto, lo scampato pericolo procura un'esplosione liberatoria maggiore di qualunque evento esaltante. Immaginate di essere di fronte ad un plotone di esecuzione: l'angoscia, la paura, i flash della vita che si affastellano, i ricordi delle persone care che non rivedremo più... e proprio quando stanno per premere il grilletto, l'annuncio ormai insperato: "l'esecuzione è sospesa!" (questa tecnica veniva spesso usata dai sovrani, nei secoli passati, per "dare una lezione" e apparire magnanimi).

Ebbene, Giuliano Fiorini, nella memoria dei tifosi della Lazio, è legato anche ad un gol, un gol decisivo per la sopravvivenza stessa della società, giunto quando ormai tutto sembrava perduto.

Il 21 giugno 1987 si giocava Lazio-Vicenza, al termine del sofferto campionato di B in cui la Lazio aveva dovuto recuperare 9 punti di penalizzazione (e la vittoria valeva solo due punti). La squadra biancoceleste aveva un solo risultato utile per non retrocedere in serie C: il che, visti i debiti (la storia non è cambiata di molto...), avrebbe forse significato la scomparsa della più antica società della capitale (fondata nel 1900). Si giocava in un Olimpico esaurito: 80.000 spettatori, record di sempre per una partita di serie B. Ma l'arrembaggio non riusciva a sbloccare il risultato, il portiere del Vicenza faceva miracoli, i giocatori laziali erano sempre più appesantiti dalla stanchezza di una stagione e dal nervosismo. A pochi minuti dalla fine le speranze cominciavano ad abbandonare lo stadio, l'incitamento fino ad allora incessante si affievoliva, nella mente dei tifosi cominciavano a scorrere i ricordi di una passione che forse dalla domenica successiva non li avrebbe più accompagnati... Mancano solo 7 minuti alla fine quando Fiorini intercetta in area un tiraccio fuori bersaglio di Podavini, si gira saltando l'avversario e, mentre la palla sembra sfuggirgli, si allunga riuscendo a toccarla di punta: GOOOL!!! A un passo dal baratro, la resurrezione.

 

 

 

Chi scrive queste righe - lo avrete capito - quel giorno era presente, e ricorda di aver iniziato a galleggiare sopra una folla letteralmente esplosa, riuscendo a toccar di nuovo terra solo parecchi secondi dopo, a qualche metro di distanza dal punto iniziale. Un boato che sembrava non finire mai, a cui a poco a poco si sostituiva il suono delle sirene delle ambulanze: quel giorno si contarono parecchie decine di malori (nessuno grave, per fortuna). Uomini attempati scoppiarono a piangere come bambini. Scene di isteria collettiva? Può darsi. Ma chi non ha mai vissuto momenti di gioia così intensi forse si è perso qualcosa. Saper vivere con intensità i propri sentimenti nel gioco, nello sport, aiuta a vivere con intensità anche la vita "vera".

Naturalmente, la fine di un incubo non è mai scontata: quel gol non significò la salvezza sicura, ma solo il proseguimento di una speranza, perché una serie di risultati incredibili negli altri campi costrinsero la Lazio agli spareggi di Napoli (fu il gol di Poli col Campobasso a segnare il lieto fine). Ma per i tifosi della Lazio il gol di Fiorini, giunto quando tutto sembrava ormai perso, resta unico: un momento anche più intenso delle gioie per gli scudetti o i trofei europei dell'era Cragnotti.

Sarebbe bello se i tifosi di altre squadre - o di altri sport - ci segnalassero altri momenti memorabili in cui un risultato è stato così sofferto, inaspettato, liberatorio.

E' stato un caso che quella rete sia stata realizzata da "bomber Fiorini", un giocatore che di gol ne faceva pochi, ma che era il simbolo della tenacia e della generosità fino all'ultimo? Forse no. Ogni volta che Giuliano tornava a Roma, a distanza di quasi vent'anni, veniva salutato con affetto, invitato al bar, chiamato a rievocare l'impresa "eroica" della squadra dei -9.

 Insomma, una bella storia. Che, come molte belle storie, ha un finale amaro: Giuliano Fiorini ci ha lasciati per un brutto male a soli 47 anni, il 5 agosto 2005.

di Giovanni Martino

Nella pagina delle lettere il forum su quest'articolo.

 



Per sempre tu, Fiorini

dal sito: www.lazio.net

dal sito: la pagina di Giuliano
di Claudio Moriconi


Quanto può durare una vita? Per alcuni centocinque anni, o anche di più, volendolo il cielo che presiede ai nostri destini. Per altri soltanto quarantasette, che sono pochi, troppo pochi, specialmente se a dire addio è un eroe dello sport nazionale. E quanto è lecito attendersi di vivere in un mondo che aggredisce il presente con tanta violenza da non lasciarti nemmeno lo spazio per contemplare un ricordo? Per capire quando avviene qualcosa di simbolicamente più profondo di un normale avvenimento di cronaca? Perché la scomparsa di Fiorini questo rappresenta per la comunità laziale sparsa in ogni angolo della capitale e del pianeta: qualcosa che va interpretato come un attimo affatto fuggente, bensì come tragedia umana che deve suscitare non solo cordoglio e retorica, ma senso di appartenenza e gratitudine perenne. Nella concordia.
Giuliano Fiorini aveva quarantasette anni, classe 1958, generazione di fenomeni sventrata dall’interno in un paese di misteri e orrori quotidiani. Anch’io ho quarantasette anni, stesso anno di nascita, lui di gennaio, io di dicembre, e c’ero anch’io - ma sul serio - quel 21 giugno del 1987, solstizio d’estate e punto di non ritorno per una Lazio che inseguiva l’impossibile e che s’affidava a tutto ciò che le era rimasto per sperare, ovvero quegli undici ragazzi in campo e noi sugli spalti, stipati e imbandierati come per una festa di popolo. E mi sembra impossibile che il male abbia avuto la meglio, perché un quarantasettenne sente pulsare forte la vita dentro, e Fiorini era vitale e forte come gli emiliani tipici della letteratura e del cinema d’autore.
Sento dunque di dover scrivere queste semplici parole perché la perdita di Giuliano va oltre il commiato con una vecchia gloria incanutita, perché se la Lazio è un culto di aggregazione morale (e lo è…) e gli atleti che ne indossano i colori sono gli interpreti reali di un sogno sportivo radicato nel più nobile passato, nell’immaginario mausoleo dei suoi eroi più rappresentativi la statua di Giuliano Fiorini va collocata in una nicchia speciale, a conservare l’attimo infinito in cui il bomber, maglia n° 11 bicolore con aquila furente, calzettoni calati, capelli lunghi grondanti per la lotta, spinge alfine quella palla in rete, nel tripudio liberatorio. Anche se non era ancora finita…
Aveva la battuta pronta e il sorriso facile Giuliano, ma gli occhi un po’ tristi di chi la sa lunga e non se la prende troppo, perché amava la vita e i piaceri della tavola, da modenese schietto che aveva girato in lungo e in largo l’Italia pallonara, trovando a Roma un ambiente che lo amava e lo rispettava, e che lui cercava di ricambiare in ogni modo, malgrado i calci rimediati in carriera si facessero sentire sempre più, e gli infortuni accumulati si riacutizzassero continuamente. Era venuto per segnare una valanga di goals e ne fece invero pochini, ma mai avremmo immaginato, e neanche lui forse, che fosse destinato ad entrare nella storia della Lazio per una rete fatidica che viene raccontata a figli e nipoti. Lo stesso presidente Cragnotti si stizziva, constatando che i laziali si emozionavano a rivivere quel momento anche più di quanto non facessero nel riassaporare i trionfi della sua multinazionale ipermiliardaria. Forse oggi, dopo aver conosciuto umiliazioni e indifferenza, il dottore avrà finalmente compreso perché la gente comune sarà sempre legata al\gesto di un umile centravanti di provincia, e forse proverà anche un intenso brivido sulla pelle nel rivivere quel momento, come accade ora a me e a migliaia di altri laziali.
La forza di quel gruppo del “meno nove”, nessuno può metterlo in dubbio, fu la concordia. Una coesione di caratteri diversi, un cemento giornaliero fatto di sforzi comuni e atti di comprensione. Fu così che la sorte fu sfidata domenica dopo domenica, e che dopo quaranta partite snervanti, la squadra riuscì ad ottenere una salvezza da molti giudicata inarrivabile. A Giuliano, l’anno successivo, Calleri non concesse nemmeno la soddisfazione di chiudere a Roma la carriera, e lo spedì a Venezia, anticamera di un dimenticatoio che i laziali non hanno mai riservato a un giocatore sempre presente alle feste dei tifosi, sempre disponibile per un’apparizione televisiva o un collegamento radiofonico. Fiorini e i laziali si volevano bene, ed ora che Giuliano si è riunito a Luciano, a Mario, allo sfortunato Nando e agli altri, prima che le tensioni, le autocelebrazioni, gli interessi di cortile abbiano la meglio su questo momento di silenzio imposto dalla commozione, è meglio ricordare che la Concordia è il motivo ispiratore della Lazio, e che attraverso la Concordia è più facile partecipare all’esistenza della Lazio e comprenderne le ragioni e i fini sportivi. Tutto ciò che non asseconda il motto dei fondatori non solo è illogico, ma “eretico”. E sapere che una delegazione ufficiale della Lazio presenzierà alle esequie di Fiorini con gagliardetto e bandiera sta a significare che il culto è vivo, che la Lazio è quella vera e che è in buone mani. Dimenticare i propri eroi non è consuetudine dei veri laziali.
Ora Giuliano vive nel tempo della Lazio e quel suo gesto, unico, irripetibile, è sospeso eternamente nella luce come incenso in una chiesa o in un antico tempio greco. Lungo, lunghissimo, interminabile. Come l’urlo d’esultanza di quel Lazio-Vicenza, la sua corsa ad abbracciare la curva, il suo pianto irrefrenabile. Un momento di gioia indimenticabile, firmato Giuliano Fiorini

 

 


    

- foto di Enrico Manna -